Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2010

Weegee (all’anagrafe Arthur Felling) nasce nel 1899 a Lemberg in Austria (attuale Ucraina) e arriva a New York nel 1910. Lascia la scuola a quattordici anni e inizia una serie di lavoretti sino a quando diventa assistente di camera oscura e collabora con il New York Times e l’Acme Newspictures. Nel 1936 lascia l’Acme per dedicarsi all’attività di fotogiornalista free-lance. Equipaggiato di una Speed Graphic inizia una frenetica attività frequentando il quartier generale della Polizia di Manhattan. Le sue foto vengono pubblicate negli articoli di cronaca delle principali testate newyorkesi: Herald Tribune, Daily News, Post, World-Telegram, Journal America, Sun.

La sua fama è talmente nota al dipartimento di Polizia a Spring Street, che Weegee può organizzare la sua attività basando un ufficio personale ed informale all’interno dell’Ufficio Persone Smarrite. Nel 1938 è il primo cittadino di New York a ricevere il permesso di istallare il sistema radio della polizia sulla sua autovettura Chevrolet, sulla quale monta anche la sua attrezzatura fotografica e da stampa, per utilizzarla come camera oscura. Con le foto di Weegee si ha, molto probabilmente per la prima volta, la percezione esatta che la fotografia sia la forma artistica più adatta per descrivere con assoluta precisione l’abbandono del passato e l’arrivo travolgente della modernità e delle relazioni sociali, urbane e ideologiche legate ad essa. Seppure è assolutamente doveroso considerare il fatto che Weegee non si pone affatto di fronte allo scatto in modo artistico. A differenza della maggior parte dei fotografi Weegee rifiutava la disciplina, non cercava di sviluppare una propria teoria fotografica né si preoccupava di migliorare la sua tecnica: la dimensione artistica della fotografia non lo interessava minimamente. Usava la sua macchina fotografica non per celebrare le persone che fotografava, ma per guadagnarsi da vivere. Alla fotografia, Weegee chiedeva semplicemente l’assoluta libertà concessa al fotoreporter: fama, denaro, donne. Spesso ironizzava anche sul suo successo, coniando quello che sarebbe diventato il suo trademark: The Famous. Lui stesso amava dire che aveva il potere di far diventare famoso chiunque, anche un morto anonimo nell’angolo di una strada.

Malgrado questa assoluta contingenza, i suoi scatti, soffermandosi sugli omicidi, sulla violenza e sulla bizzarria della vita urbana, sono capaci di portarci altrove rispetto al semplice e banalizzante tessuto cronachistico. Le sue immagini ci conducono inevitabilmente nell’altra faccia dell’America. Quella della resa dei conti, degli omicidi, dei drammi e degli incidenti che facevano parte della vita notturna del Paese. Le inquadrature libere, talvolta disarmoniche, supportate da un flash in grado quasi di esasperare l’orrore permettono con straordinaria forza di raccontare quel tempo e, ai soggetti stessi che vi sono “presenti”, di esprimere, con strazianti silenzi, il suono della morte. Poiché questo è il soggetto limite a cui Weegee tende in ogni suo scatto: la morte. Weegee la ritrova – nel paese più democratico del mondo – con grande facilità negli angoli della strada, nei bar, perfino nei corpi abbracciati di due giovani in un cinema o in un semplice letto rifatto. E’ una morte globale, democratica, leggibile in qualsiasi razza quella che Weegee riporta con grande dedizione ed ironia.

Queste foto sono assolutamente pronte a sottolineare l’indifferenza di fronte alla morte umana, ed allo stesso tempo però – quasi con ostentazione – legittimarla nell’istante dello scatto. A cosa servirebbero altrimenti tutti qui corpi stesi nella notte, ricoperti solo da giornali e teli occasionali, pronti ad aspettare l’arrivo di un fotografo svogliato? Viene in mente una celebre poesia di W.H. Auden dove il poeta si interroga, riferendosi ad una quadro di Brueghel il Vecchio raffigurante “La caduta di Icaro”, perché i personaggi non partecipino alla catastrofe:

Nell’Icaro di Brueghel, per esempio: come ogni cosa volge le spalle

Con assoluta indifferenza al disastro; forse l’aratore

Ha udito il tonfo, il grido solitario,

Ma per lui non fu una catastrofe importante; il sole splendeva,

Come su ogni cosa, sulle gambe bianche che sparivano nell’acqua

Verde; e la nave costosa e sottile, che doveva pure aver visto

Qualche cosa di prodigioso, un giovinetto cadere dal cielo,

Aveva un porto da raggiungere, e continuò calma la sua rotta.

Valerio Cappabianca

Read Full Post »